Un caso di licenziamento ritorsivo per rifiuto della lavoratrice giustificato dalla nocività dell’ambiente di lavoro
Cass. civ., sez. lav., 12 febbraio 2026, n. 3145
Il caso prende avvio dal licenziamento per giusta causa di una lavoratrice per presunta assenza ingiustificata, che la stessa ricorrente aveva invece giustificato per la nocività dell’ambiente dovuta a motivi climatici (temperatura molto fredda) e igienico-sanitari in cui era costretta a rendere la sua prestazione (servizi igienici inadeguati, perché visibili dall’esterno). La stessa lavoratrice era peraltro già stata licenziata per giustificato motivo oggettivo e tale licenziamento era già stato dichiarato ritorsivo.
Con riguardo all’ultimo recesso, in entrambi i giudizi di merito era stata dichiarata la nullità del licenziamento perché ritorsivo, rilevando che l’assenza della ricorrente costituisse una reazione legittima all’inadempimento del datore agli obblighi di cui all’art. 2087 c.c. di tutela della salute e della dignità, e condannando il datore di lavoro alla reintegrazione della lavoratrice ex art. 2, c. 1, d. lgs. 23/2015.
La Cassazione, nel rigettare il ricorso datoriale e confermare la decisione impugnata, ha affermato che la responsabilità ex art. 2087 c.c. ha natura contrattuale, sicché il lavoratore può limitarsi ad allegare l’inadempimento datoriale, mentre grava sul datore la prova di aver adottato tutte le misure idonee a prevenire situazioni di rischio, e che tale criterio opera anche quando venga dedotta una situazione di mera “nocività” o pericolo dell’ambiente di lavoro, senza che si sia ancora verificato un danno alla salute, spettando al datore dimostrare l’assenza di condizioni lesive oltre la soglia del concreto pericolo.
La Corte ha inoltre ritenuto adeguatamente motivato l’accertamento della violazione dell’art. 2087 c.c. svolto dalla Corte d’Appello e ha ribadito che tale violazione legittima il rifiuto della prestazione ex art. 1460 c.c., ove proporzionato e rende ingiustificato il licenziamento fondato sull’assenza.
Infine, la stessa natura ritorsiva del recesso può essere ricavata dal complessivo contesto fattuale, e quindi anche dalla strategia messa in atto dal datore la cui persistente condotta inadempiente, dopo l’accertamento della nullità del primo licenziamento, era intesa a costringere la lavoratrice a rendersi a sua volta inadempiente al contratto (con la propria assenza) per poi imputarle lo stesso inadempimento e sanzionarlo.



