La Cassazione conferma l’inibitoria sull’area a caldo dell’ex ILVA di Taranto
Cass. civ., Sez. Un., 29 ottobre 2026, n. 28087
Le Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza n. 28087 del 29 ottobre 2026, confermano lo stop all’attività produttiva dell’area a caldo di Taranto. Il ricorso rigettato era stato proposto avverso il provvedimento del Tribunale di Milano, che aveva a sua volta confermato l’accoglimento dell’azione inibitoria collettiva ex art. 840-sexiesdecies c.p.c. promossa da alcuni cittadini residenti a Taranto, ordinando la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico pugliese. Tale sospensione è stata disposta al fine di eliminare il pregiudizio alla salute individuale e collettiva derivante dalle emissioni, ordinando alle società resistenti il completamento delle operazioni entro 90 giorni, subordinando la ripresa dell’attività alla rimozione integrale dell’amianto residuo e alla riconduzione delle emissioni di polveri sottili entro i limiti di sicurezza.
Si tratta di una decisione che va oltre il destino dello stabilimento simbolo della siderurgia italiana. Per decenni Taranto ha infatti vissuto il conflitto tra produzione, lavoro e salute. Si trattava di una falsa contrapposizione come la bella e storica sentenza della Cassazione dimostra con assoluta chiarezza. La conferma dell’inibitoria costituisce un passaggio fondamentale: la tutela dell’ambiente incide direttamente sulla possibilità di esercitare l’attività economica, anche quando sono in gioco un grande impianto industriale e rilevanti interessi occupazionali. Le Sezioni Unite riconoscono quindi la coerenza dell’inibitoria con il principio di precauzione e il rispetto della proporzionalità. Nella valutazione pesa anche il protrarsi della vicenda: gli anni trascorsi non sono uno sfondo neutro, perché prolungano l’esposizione al rischio e rendono più urgente la protezione.
Il futuro di Taranto comincia dal diritto di viverci e dalla speranza che va restituita alle nuove generazioni.



