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Archivio per categoria: Giurisprudenza

Cessazione appalto: illegittimo il licenziamento se manca il nesso di causalità

2 Settembre 2020/in Giurisprudenza

Con sentenza del 29 luglio 2020 n. 16253, la Corte di Cassazione, confermando la decisione dei giudici di merito, ha stabilito che il lavoratore licenziato per giustificato motivo oggettivo alla cessazione di un contratto d’appalto deve essere reintegrato se il datore non dimostra in concreto l’effettiva esuberanza della posizione del dipendente e l’impossibilità di riutilizzarlo.

In particolare, i Giudici di legittimità hanno affermato che la mancanza di un nesso causale tra il recesso datoriale ed il motivo addotto a suo fondamento integra la manifesta insussistenza del fatto che giustifica la tutela reintegratoria.

L’imprenditore non può infatti ritenere sufficiente la sussistenza di un giustificato motivo oggettivo solo in virtù della mera cessazione di un appalto – ipotesi quest’ultima che si verifica in via ordinaria nell’ambito di qualsiasi attività imprenditoriale – ma deve dimostrare il nesso di causalità, anche descrivendo la struttura organizzativa della società e gli appalti in essere al momento del licenziamento, in modo da dimostrare che la posizione del dipendente licenziato sia effettivamente diventata esuberante e che lo stesso non sia più proficuamente utilizzabile.

https://www.studiolegalealbi.com/wp-content/uploads/2020/02/pexels-photo-220885-e1599071739400.jpeg 333 500 admin https://www.studiolegalealbi.com/wp-content/uploads/2019/07/logo-albi.png admin2020-09-02 20:26:452020-09-02 20:35:52Cessazione appalto: illegittimo il licenziamento se manca il nesso di causalità

Demansionamento e acquiescenza tacita

7 Agosto 2020/in Giurisprudenza

Con ordinanza n. 16594 del 3 agosto 2020 la Corte di Cassazione ha ribadito (confermando la sentenza di merito) che l’acquiescenza tacita nei confronti di un provvedimento, nel diritto amministrativo come in quello processuale civile, è configurabile solo in presenza di un comportamento che appaia inequivocabilmente incompatibile con la volontà del soggetto d’impugnare il provvedimento medesimo.

Non può, quindi, bastare, a tal fine, un atteggiamento di mera tolleranza contingente e neppure il compimento di atti resi necessari od opportuni, nell’immediato, dall’esistenza del suddetto provvedimento, in una logica soggettiva di riduzione del pregiudizio, ma che non per questo escludono l’eventuale coesistente intenzione dell’interessato di agire poi per l’eliminazione degli effetti del provvedimento stesso (vedi ex plurimis, Cass. S.U. 20/5/2010 n.12339).

Nel caso di specie un’impiegata amministrativa, inquadrata nell’Area Funzionale Operativa livello C c.c.n.l. di settore, ed in possesso di conoscenze specifiche qualificate per lo svolgimento di attività di carattere amministrativo, di coordinamento e di incarichi di responsabilità, nel periodo 16/7/2007 – 12/3/2010 era stata assegnata a posizione comportante l’esercizio di mansioni manuali, di mero riordino e sistemazione di materiale secondo procedure standardizzate, oltre che di supporto al personale di sportello, in violazione delle prescrizioni di cui all’art. 2103 c.c. (nella sua versione statutaria).

La Corte d’appello di Roma aveva confermato la pronuncia del giudice di prime cure che aveva accertato la intervenuta dequalificazione professionale nel periodo considerato e condannato la parte datoriale al risarcimento del danno conseguenziale.

La società datrice aveva adito i giudici di legittimità lamentando che in sede di gravame era stato disatteso un punto decisivo della controversia concernente l’intervenuta acquiescenza nei confronti del provvedimento datoriale di nuova assegnazione, avendo la lavoratrice lasciato trascorrere un lungo lasso di tempo (oltre un anno e mezzo) prima dell’impugnazione.

https://www.studiolegalealbi.com/wp-content/uploads/2018/03/pexels-photo-652355.jpeg 700 1057 admin https://www.studiolegalealbi.com/wp-content/uploads/2019/07/logo-albi.png admin2020-08-07 08:46:192020-08-07 08:46:19Demansionamento e acquiescenza tacita

La revocabilità unilaterale dei buoni pasto

30 Luglio 2020/in Giurisprudenza

Con ordinanza n. 16135 del 28 luglio 2020 la Corte di Cassazione ha confermato la decisione della Corte di Appello Di Campobasso che aveva interpretato la natura dei buoni pasto alla stregua, non già di elemento della retribuzione “normale”, ma di agevolazione di carattere assistenziale collegata al rapporto di lavoro da un nesso meramente occasionale (Cass. 21 luglio 2008, n. 20087; Cass. 8 agosto 2012, n. 14290; Cass. 14 luglio 2016, n. 14388), pertanto non rientranti nel trattamento retributivo in senso stretto (Cass. 19 maggio 2016, n. 10354; Cass. 18 settembre 2019, n. 23303).

La Suprema Corte ha dunque affermato che il regime della loro erogazione può essere variato anche per unilaterale deliberazione datoriale, in quanto previsione di un atto interno, non prodotto da un accordo sindacale.

https://www.studiolegalealbi.com/wp-content/uploads/2020/03/documento-della-tenuta-della-mano-dell-avvocato-maschio-sullo-scrittorio-nell-aula-di-tribunale_23-2147898384.jpg 352 626 admin https://www.studiolegalealbi.com/wp-content/uploads/2019/07/logo-albi.png admin2020-07-30 17:44:362020-07-30 17:44:36La revocabilità unilaterale dei buoni pasto

Insubordinazione e gravi minacce al superiore gerarchico

21 Luglio 2020/in Giurisprudenza

Con la decisione 1 luglio 2020 n. 13411 la Corte di Cassazione ha ribadito che la nozione di insubordinazione, nell’ambito del rapporto di lavoro subordinato, non può essere limitata al rifiuto di adempimento delle disposizioni dei superiori, ma implica necessariamente anche qualsiasi altro comportamento atto a pregiudicare l’esecuzione ed il corretto svolgimento di dette disposizioni nel quadro della organizzazione aziendale.

La Suprema Corte ha inoltre precisato che il carattere extralavorativo di un comportamento non ne preclude in via generale la sanzionabilità in sede disciplinare.

Nel caso di specie un lavoratore non direttamente dipendente del responsabile amministrativo di un’azienda era stato licenziato per “insubordinazione” per aver pronunciato gravi minacce nei confronti dello stesso.

L’episodio era avvenuto nel corso di un diverbio in ordine al possesso di una chiavetta per accedere alla macchinetta del caffè, verificatosi fuori dell’orario di lavoro ma all’interno dei locali aziendali.

https://www.studiolegalealbi.com/wp-content/uploads/2018/03/pexels-photo-652355.jpeg 700 1057 admin https://www.studiolegalealbi.com/wp-content/uploads/2019/07/logo-albi.png admin2020-07-21 10:13:502020-07-21 10:13:50Insubordinazione e gravi minacce al superiore gerarchico

La distribuzione dell’onere della prova in materia di infortunio sul lavoro

21 Luglio 2020/in Giurisprudenza

Con la decisione 7 luglio 2020 n. 14082 la Corte di Cassazione, in tema di sicurezza dell’ambiente di lavoro, ha affermato che il mero fatto di lesioni riportate dal dipendente in occasione dello svolgimento dell’attività lavorativa non determina di per sé l’addebito delle conseguenze dannose al datore di lavoro, occorrendo la prova, tra l’altro, della nocività dell’ambiente di lavoro.

La responsabilità del datore di lavoro deve quindi essere collegata alla violazione degli obblighi di comportamento imposti da norme di legge, ma anche suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche del momento.

Ne consegue che incombe sul lavoratore che lamenti di avere subìto, a causa dell’attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l’onere di provare l’esistenza di tale danno, come pure la nocività dell’ambiente di lavoro, nonché il nesso tra l’uno e l’altro, e solo se il lavoratore abbia fornito la prova di tali circostanze, sussiste per il datore di lavoro l’onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno e che la malattia del dipendente non è ricollegabile alla inosservanza di tali obblighi.

Nel caso di specie, un dipendente era caduto procurandosi gravi lesioni attraversando una buca di due metri di lunghezza e altri due di larghezza che era stata creata per raggiungere mediante una scala a pioli i locali interrati dello stabilimento in cui prestava la propria attività lavorativa.

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Nuovo profilo di incostituzionalità del Jobs Act: depositate le motivazioni della Consulta

16 Luglio 2020/in Giurisprudenza, News ed Eventi

Nella giornata di oggi la Corte Costituzionale ha depositato le motivazioni della sentenza n. 150/2020, con la quale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 4 d.lgs. n.  23/2015 nella parte in cui fissa un criterio rigido e automatico di determinazione dell’indennità risarcitoria in caso di licenziamenti  viziati sul piano formale e procedurale.

Si legge nelle motivazioni della sentenza che il criterio di commisurazione dell’indennità “non fa che accentuare la marginalità dei vizi formali e procedurali e ne svaluta ancor più la funzione di garanzia di fondamentali valori di civiltà giuridica, orientati alla tutela della dignità della persona del lavoratore”.

In particolare, nei casi di anzianità modesta “si riducono in modo apprezzabile sia la funzione compensativa sia l’efficacia deterrente della tutela indennitaria”.

In allegato le motivazioni della sentenza.

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Prof.Avv.
Pasqualino Albi

Pasqualino Albi è professore ordinario di diritto del lavoro nel dipartimento di giurisprudenza dell’Università di Pisa e avvocato giuslavorista. È autore di oltre cento pubblicazioni scientifiche in materia di diritto del lavoro, fra le quali tre monografie.

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